Questo lavoro vuole essere un primo tentativo, senza pretese di completezza ed esaustività, ma con intenti di descrizione accurata di ciascuna fonte, di raccolta delle opere a stampa riguardanti la pastorizia abruzzese e le attività ad essa connesse, nei suoi aspetti economici storici e culturali. 

Esso è stato intrapreso con lo scopo di fornire notizie utili per uno studio sia diacronico che sincronico di questa attività che, nella su costituito per esse base economica ed ha fornito loro un orizzonte culturale di cui ancor oggi rimangono tracce. Inoltre l'attività armentizia si è presentata come elemento di coesione e di omogeneizzazione di gran parte della popolazione d'Abruzzo, specialmente di quella degli altopiani interni, nonché generatrice di contatti e scambi, economici e culturali, non solo con le vicine regioni del Lazio e del Tavoliere pugliese, ma anche con tutta la penisola. 

E' certo, infatti, che le vie della transumanza hanno costituito per secoli il tramite principale dei contatti interregionali sia in pace che in guerra. Esse sono servite come direttrici dei percorsi commerciali tra Italia Settentrionale ed Italia Meridionale nei periodi di meno facile collegamento tra le due zone della penisola, difficoltà dovute alle condizioni di spopolamento e di malsanità delle zone pianeggianti del litorale tirrenico e specialmente della Maremma laziale. Possiamo, anzi, sicuramente dire che sono state queste stesse condizioni di poca accoglienza delle pianure dell'Italia Centro-meridionale a determinare le fortune della grande pastorizia transumante e quindi dell'Abruzzo nei primi secoli del secondo millennio. Infatti l'attività armentizia ha potuto utilizzare, nella maniera probabilmente più razionale per l'epoca, le condizioni geografiche, climatiche, antropiche dell'Agro Romano e del Tavoliere: massimo sfruttamento dei pascoli naturali di piano in inverno e ritorno sulle montagne nei periodi estivi nei quali quelle zone divenivano malariche ed afose. Il prodotto risultante (carne, lana, formaggio) era di elevata qualità ed utilità, e le attività indotte (lanifici, tintorie, commercio dei prodotti) erano numerose e vivaci.

Naturalmente la transumanza, anche se favorita e probabilmente originata da condizioni geografiche ed ambientali, è stata incoraggiata o addirittura resa obbligatoria dai regnanti napoletani e dai pontefici, che vedevano nella pastorizia una fonte sicura e notevole di reddito per le casse dello stato. Particolare interessamento venne dai regnanti aragonesi: ed infatti proprio alla fine del secolo quindicesimo l'economia abruzzese ebbe i suoi momenti migliori, sostenuta da un patrimonio armentario valutabile tra il milione e mezzo e i due milioni di capi, e da una attività commerciale che si integrava perfettamente con la pastorizia, essendo costituita principalmente da traffici di lana, grezza e lavorata, e da materiali per il suo trattamento (tinture, ecc...).

In seguito, con il decadere delle condizioni favorevoli, causato soprattutto dall'aumento della pressione demografica nel Tavoliere e dal cambiamento di governanti nell'Italia Meridionale, man mano l'una e l'altra attività andarono declinando, e, con esse, quella funzione di cerniera e di produttrice primaria di derivati dall'allevamento ovino che aveva l'Abruzzo. La pastorizia in particolare, ebbe il colpo di grazia nel periodo napoleonico con l'abolizione di quell'istituto che aveva permesso una relativa tranquillità di trasmigrazione agli armentari abruzzesi: la Dogana della mena delle pecore di Puglia. Salvo poi limitati periodi di ripresa, dovuti più che altro ad aumenti del prezzo della lana, tra le due guerre, l'attività armentizia transumante è andata definitivamente estinguendosi.

Sulla base di queste affermazioni è possibile sostenere che la storia di questa attività non può dirsi semplicemente una parte o un settore della storia d'Abruzzo, a meno di non ridurre questa regione a mero "teatro" o "cornice" di vicende che avevano i loro centri propulsori altrove. Certo, come zona di transito, il ruolo dell'Abruzzo nella storia della penisola è stato anche questo. Ma sulle sorti degli abruzzesi hanno influito sicuramente in maggior misura altri fatti ed avvenimenti che rientrano nel quadro delle vicende della pastorizia centro meridionale, la quale aveva come centro geografico ed economico, appunto, la regione abruzzese, e particolarmente quella zona detta degli "Altopiani maggiori".

E' lecito dire quindi che la storia d'Abruzzo è la storia della sua attività armentaria: ogni evento positivo o negativo, di impronta naturale o di tipo politico, riguardante la pastorizia (concessione di privilegi agli armentari o affrancamento del Tavoliere dalle servitù feudali, annate di buon clima o terribili invernate e micidiali epidemie) ha inciso pesantemente sin nella vita quotidiana, non solo dei pastori, ma di tutti coloro che da industrie e commerci legati alla pastorizia traevano sostentamento, e cioè la gran parte degli abruzzesi di un tempo.

Fin qui le considerazioni riguardanti la pastorizia di tipo transumante. Accanto ad essa c'è sempre stata, e solo da pochi anni sembra essere sulla via dell'estinzione, una forma di allevamento ovino, meno appariscente ma nel complesso piuttosto importante. almeno dal punto di vista economico ed alimentare, a carattere stanziale o semi-stanziale, esercitato da pastori-agricoltori, con l'aiuto dei familiari meno adatti al lavoro dei campi, con piccole e piccolissime greggi, specialmente nella zona submontana e litoranea d'Abruzzo. Ho parlato di importanza alimentare, in quanto quelle poche pecore costituivano le uniche fonti di proteine animali allora disponibili per i contadini.

(tratto dalla tesi di laurea di Giovanni Lozzi)


 

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Ultimo aggiornamento: 31-05-2008 .

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