I GRANDI ENIGMI

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Doppio gioco a San Vittore

di F. C.

 

Professione: truffatore 

Il grande enigma che si è addensato attorno alla figura e agli atti di Giovanni Bertoni, alias Giovanni Fortebraccio Della Rovere, non è di natura tecnica oppure tattica, ma drammaticamente psicologico. Quest'uomo, spia nazifascista che aveva riversato in quella bieca attività tutte le sue doti di truffatore incallito, è morto fucilato dai tedeschi, mescolando il suo sangue, nel poligono di tiro di Carpi, con quello di sessantasette martiri della Resistenza. E' morto bene, affermano i testimoni. Impavido davanti al plotone d'esecuzione proprio come deve comportarsi un generale. Ma dov'è l'enigma? Forse, fino all'ultimo istante, la spia Bertoni aveva creduto alla messa in scena di una fucilazione-burla? I suoi padroni nazisti, fino a quel momento, lui li aveva serviti bene. Le SS avevano forse escogitato un espediente per salvare il loro agente e recuperarlo in vista di futuri incarichi? Oppure ... Ecco il grande mistero. Nei mesi di carcere nel braccio della morte a San Vittore e poi nella baracca del campo di concentramento di Fossoli, mescolato con uomini che combattevano per un ideale, Giovanni Bertoni aveva forse cambiato personalità, diventando il "generale Della Rovere" nel profondo dell'anima, come se il grande raggiro lo avesse portato, in extremis, a truffare se stesso? Come spia, Bertoni/Della Rovere aveva messo a segno due colpi eccezionali. Prima, l'identificazione del nucleo centrale della Resistenza romana guidata dal colonnello Montezemolo (arrestato e fucilato alle Fosse Ardeatine). Subito dopo, la retata di Milano che scardinò un importante gruppo clandestino e permise ai tedeschi di stabilire che il vero capo del movimento partigiano era il professar Ferruccio Parri. Per giungere a questi risultati, per una spia non erano sufficienti le normali doti di trasformismo, astuzia e costanza. Occorreva qualcosa di più. Un impeccabile fisic du rol. E Giovanni Bertoni lo possedeva, spiccatissimo. Per nascita, estrazione sociale, cultura, egli poteva interpretare, senza affannarsi troppo ad affinare le proprie arti mimetiche, il ruolo del generale di corpo d'armata. Quando venne il suo tragico momento, scelse il nome di Giovanni Fortebraccio Della Rovere. Un nome altisonante che aveva deciso di portare nei salotti ricchi dell'Italia spezzata in due, per orchestrare le sue truffe geniali. Era nato il 9 aprile dei 1894 ad Alessandria, in via della Vittoria 33, da Teresita Rizzo e da Ubaldo Bertoni, quarantunenne ufficiale di fanteria. Del suo passato, fino alle torbide vicende del 1944, sono quasi svanite le tracce: questa è normalmente la prassi, nel curriculum di un truffatore che impiega la metà del suo tempo e delle sue energie a tagliarsi i ponti alle spalle. Di lui sappiamo che intraprese la carriera militare, secondo la tradizione di famiglia e che raggiunse senza entusiasmo il grado di capitano. Nel frattempo il padre era diventato generale, uno dei fratelli stava per diventarlo e un terzo era avviatissimo nella professione di ingegnere. Ma Giovanni Bertoni covava nel profondo un tarlo maligno. Amava presentarsi nei salotti, a seconda del pubblico che gli stava di fronte, assumendo nomi e cariche altisonanti. Essere semplicemente Giovanni Bertoni, capitano, non gli bastava. Di volta in volta, era stato medico chirurgo in Brianza (aveva esercitato la professione, fino all'impatto con un taglio cesareo) e, in qualche occasione, il leggendario aviatore De Pinedo. E chissà cosa e chi altro ancora, perché delle sue gesta ci sono giunte soltanto quelle fallite, che nella carriera di un truffatore di classe sono solo "incidenti", dunque rarissime. Dal suo punto di vista e con il suo metro per misurare la morale, Giovanni Bertoni dev'essere stato un uomo felice. Un truffatore a quei livelli è naturalmente dotato di genio criminale, ironia, tenebroso spirito d'avventura e vive le sue vicende sul doppio binario, drogato da mille stimoli perversi. Per inquadrare di primo acchitto il personaggio, basterà ricordare il colpo messo a segno ai danni di un notissimo industriale farmaceutico milanese. Bertoni era già immerso fino al collo nel suo ruolo di "generale Della Rovere" amico di Badoglio e di Alexander, nei primi mesi del 1944, quando gli capitò di intrufolarsi nella cerchia delle amicizie più intime dell'industriale. L'ambiente, con tutte le precauzioni e temperanze, era antifascista. Alla maniera dei milanesi ricchi di allora, che tenevano d'occhio la rabbia nazista e tentavano di ammansirla mentre sognavano l'arrivo degli americani e, soprattutto, degli inglesi. In particolare, la giovane figlia dell'industriale farmaceutico, sembrava animata dal desiderio di entrare nella clandestinità, di contribuire nel suo piccolo alla liberazione del paese.

 

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