I GRANDI ENIGMI

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Doppio gioco a San Vittore

di F. C.

 

Nella giovane donna romantica, Bertoni/Della Rovere aveva trovato il punto debole per scardinare le autodifese della famiglia. E' un gioco ricorrente, nella carriera di un truffatore e di una spia. La signorina beveva come miele i racconti del "generale". Storie d'allora, ritmate d'angoscia, di fede e di leonino coraggio: l'arrivo sulle coste liguri a bordo di un sottomarino inglese, lo sbarco avventuroso e la ricerca di contatti con gli uomini della Resistenza, il rischioso lavoro nella clandestinità. Anche i padroni di casa e gli amici più intimi ascoltavano quelle storie soggiogati dal magnetismo di Bertoni ed erano orgogliosi di partecipare, sia pure di riflesso, all'epopea della patria. «Voglio fare qualcosa ... » insisteva la ragazza. E venne il suo momento. «Sarà la mia segretaria - le disse il manigoldo - Le passerò i messaggi cifrati che mi giungono dal comando alleato e, servendosi di questo codice, lei li decifrerà». Un giorno erano tutti nel salotto grande e Bertoni teneva banco raccontando fantastiche storie di guerra. Si sentì bussare alla porta e un cameriere introdusse uno sconosciuto che senza parlare consegnò al "generale" un biglietto. Bertoni lo passò immediatamente alla ragazza dicendole gentile: «Lo vuole decifrare?». Lei si allontanò e pochi minuti dopo riapparve, pallidissima. Disse: «Generale, lei è in pericolo. I tedeschi stanno già sorvegliando la sua abitazione». Non lo videro perdere la calma. Si alzò lentamente, si tolse il monocolo e lo pulì con l'angolo di un fazzolettino. Tutti lo imploravano: «Deve fuggire!». Lui rispose, quasi parlando con se stesso: «Purtroppo, non ho una lira in tasca ... ». L'industriale corse fuori dal salotto e poco dopo rientrò con un pacchetto di banconote: duecentomila lire per l'amico bisognoso d'aiuto. Non lo rividero più. Anche quel colpo Bertoni lo aveva preparato con la pazienza e i mille trucchi del grande truffatore. 

 

Il doppio gioco 

Nessuno sa quando per la prima volta il generale Fortebraccio Della Rovere apparve a Genova e si stabilì in un appartamentino in via Zara 6. Aveva detto qualche parolina alle persone giuste e gli abitanti dei quartiere parlavano di lui sottovoce e con rispetto: un generale badogliano, sbarcato ad Alassio per prendere contatti con la Resistenza. Ma le "voci" non uscivano dal giro delle persone fidate, perché quelli erano tempi spalancati alla solidarietà, così i fascisti e i tedeschi erano all'oscuro di tutto. La questura, invece, aveva subodorato qualcosa. I vecchi "piedipiatti", metodici, ostinati, attraverso la ragnatela dei confidenti, erano arrivati a un passo dalla verità. A dirigere l'ufficio politico della questura di Genova c'era Renato Veneziani, un poliziotto tetragono della vecchia scuola. Anche con lui, Bertoni recitò il ruolo del generale e il commissario lo stava a sentire fissandolo in silenzio. Alla fine, Veneziani disse: «Ora, basta, Bertoni. Sappiamo tutto di te. Il tuo fascicolo è pieno zeppo di carognate. La commedia è finita». Giovanni Bertoni si accorse di avere di fronte un osso duro e alzò le braccia in segno di resa. E fu in quel preciso istante che. Renato Veneziani cominciò a considerare il suo piano. Il truffatore che gli stava davanti era troppo geniale per essere sprecato a marcire nel fondo di una cella. Veneziani pensava e Bertoni se ne stava in disparte, nell'ufficio, trastullandosi con i guanti bianchi. Il commissario elaborava in silenzio le idee. Una vecchia abitudine della polizia, specialmente negli uffici politici: utilizzare il criminale, dargli spazio come confidente e come collaboratore. Per questo compito, il truffatore è il personaggio ideale. Alla fine, Renato Veneziani pregò Bertoni di mettersi a sedere e gli fece la proposta. Niente galera, ma un lavoro a tempo pieno, ben retribuito: «Tu continuerai a chiamarti generale Della Rovere e prenderai contatto con gli uomini della Resistenza. Poi verrai da me, a fare rapporto». Dal suo punto di vista, Giovanni Bertoni aveva preso due piccioni con una fava: restava libero e, in cambio di qualche piccolo favore alla questura, poteva utilizzare il nome e il carisma di Della Rovere per la sua attività truffaldina. Non avrebbe mai sperato tanto. Aveva già l'armamentario indispensabile, documenti falsi, bollini per il cibo e una tessera (falsa) di grande invalido. E l'accordo con Veneziani lo metteva al sicuro dalla caccia dei questurini. Cominciò il suo lavoro di spia nel carcere di Marassí. In una cella era rinchiuso il giovane ufficiale Mario V. L'ufficio politico sospettava che Mario V. fosse l'ufficiale di collegamento tra l'organizzazione militare clandestina della Liguria e quella di Roma. Il prigioniero era stato interrogato, minacciato, picchiato, ma dalla sua bocca non era uscita una parola. Una sera si trovò con un compagno di cella: il generale Giovanni Fortebraccio Della Rovere. Erano sulla stessa barricata. Due uomini della Resistenza che si preparavano a morire per la causa. Il generale rispettava le regole del gioco e non chiedeva mai al giovane subalterno particolari della sua attività clandestina. Dava solo consigli: «Resisti, sii forte». E nello stesso tempo vantava l'efficienza della sua organizzazione, che aveva pedine anche nel carcere di Marassi, uomini fedelissimo in contatto con la Resistenza ligure. Lui aveva già mandato qualche messaggio, per far sapere che non aveva parlato. «Se potessi farlo anch'io...» disse un giorno Mario V. Era caduto nella trappola.

 

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