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I GRANDI ENIGMI pag. 5/7 Doppio gioco a San Vittore di F. C.
Mille elementi contribuirono a far saltare la prudenza di Mario V., i mille piccoli trucchi che sono l'armamentario del truffatore-spia. Della Rovere era sereno, si mostrava pronto a sacrificarsi per l'idea, trattava i secondini con la fermezza distaccata dei combattente che non ha più nulla da perdere. li suo compagno di cella lo ammirava e piano piano cominciò a confidarsi: qualche frase ogni tanto, notizie di poco conto sulla consistenza dell'organizzazione. Ma il generale voleva ben altro. Finché un giorno il giovane ufficiale chiese a Della Rovere: «Generale, potrebbe mandarmi fuori un biglietto?». «Quanti ne vuoi» rispose la spia. Aveva vinto. Tanti dovevano prepararsi a morire. Nei bigliettini di Mario V. c'erano i nomi del colonnello Montezemolo e di altri uomini del comando militare clandestino di Roma. Il commissario Veneziani non credeva ai suoi occhi, quando si trovò sul tavolo i biglietti con quella sfilza di nomi. Il rapporto dettagliato (e con il nome di Giovanni Fortebraccio Della Rovere in evidenza, nel settore riservato agli elogi per la brillante operazione) finì nelle mani di Kappler, comandante delle SS di Roma. Buona parte dei comando militare clandestino fu catturata e rinchiusa a Regina Coeli, nel famigerato raggio custodito da truppe speciali naziste.
Al servizio dei nazisti Il nome di Fortebraccio Della Rovere, generale di corpo d'armata in aspettativa, divenne famoso tra gli ufficiali dell'alto comando tedesco e alla fine di marzo dei 1944 cominciò ad interessarsene anche Walter Rauff, comandante della polizia di sicurezza germanica (SD) di Milano. Rauff voleva quell'uomo. Le SD di Milano, da mesi, tentavano invano di catturare il capo della Resistenza. Credevano di averlo identificato nella persona di Mario Damiani, ingegnere milanese. In realtà, Damiani era solo in contatto con il corriere dell'organizzazione militare del Partito d'Azione collegata con la Special Force inglese in Svizzera del generale Mac Cheffery. Il vero capo della resistenza era il professar Ferruccio Parri. Ma i tedeschi lo ignoravano. Non lo poteva sapere Giovanni Bertoni che, sotto il nome di generale Della Rovere, si organizzò per dar la caccia a Damiani. Non era stato difficile raggiungerlo nel suo territorio di caccia genovese e convincerlo a trasferirsi a Milano. Alla fine di marzo, erano di fronte nell'ufficio dei dottor Renato Veneziani, nella questura di Genova, il generale Della Rovere e il funzionario della squadra politica della questura milanese dottor Luca Ostèria, un poliziotto scaltrito dalle esperienze di addetto alla segreteria del consiglio dei ministri dal 1927 al 1943, abituato alle trappole e agli agguati. Ostèria era da mesi in contatto con gli alti vertici della Resistenza e negli ambienti clandestini era noto sotto lo pseudonimo di "dottor Ugo". Aveva più volte rischiato la vita per salvare condannati a morte. Il fatto che Rauff avesse affidato proprio a lui il compito di convincere il sedicente generale ad accettare la difficile missione dimostra che Ostèria, lavorando sul filo del rischio, era riuscito a conservare la fiducia dei nazisti. Ma Della Rovere, questo non lo sapeva: aveva di fronte un uomo più scaltro e determinato di lui. Luca Ostèria ha così ricostruito il suo incontro con Giovanni Bertoni nella questura genovese: «Quando mi fu presentato mi trovai di fronte un uomo di circa cinquant'anni, vestito elegantemente di nero, con guanti bianchi e monocolo. Gli espressi subito il desiderio del colonnello Rauff e lui accettò con entusiasmo. Mi raggiunse a Milano la mattina seguente nel mio ufficio, in corso del Littorio 1 A. Avendo avuto disposizioni di trattarlo come un vero generale, io gli feci assegnare una camera con bagno all'albergo "Ambasciatori" in Galleria del Corso, sotto il nome di Giovanni Della Rovere di Ubaldo, generale di corpo d'armata in aspettativa. Gli consegnai inoltre un documento bilingue firmato dal colonnello Rauff e dall'ispettore generale di PS Aldo Pagani. Al Bertoni fu inoltre fissato un assegno mensile di seimila lire nonché il rimborso delle spese che avrebbe sostenuto per svolgere la sua attività. Fu anche stabilito che non avrebbe dovuto avere contatti con gli alti ufficiali tedeschi. Doveva consegnare a me i suoi rapporti ed io avrei provveduto a smistarli alla segretaria del maggiore Teodoro Saeweke, signora Morgante, che doveva tradurli in tedesco».
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