I GRANDI ENIGMI

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Doppio gioco a San Vittore

di F. C.

 

Giugno 1944. Sono giorni durissimi per i tedeschi. Gli anglo-americani sferrano possenti at tacchi tra Aprilia e Lanuvio, tra Campoleone e Valmontone, si infiltrano nelle campagne di Velletri. All'orizzonte ci sono le pendici dolci dei Colli Albani. Roma è vicina. Al nord, i na zifascisti sono nervosi. Cassino è ormai lonta na e nessuno può giurare sull'invulnerabilità della linea gotica. La divisione corazzata "Goring" si batte bene. Arretra lentamente sferran do micidiali contrattacchi con i suoi paracadutisti, ma retrocede. Queste notizie, trasmesse da "radio carcere", entrano anche a San Vittore. E provocano un misto dì speranza e di sconforto perché i guardiani si fanno più spietati. Della Rovere recita da grande, per quella platea di disperati, il suo ruolo di generale. Se è possibile, infittisce gli elementi di contorno, le sfumature. I testimoni che hanno passato questi giorni alla storia, parlano di un generale stupendo nel suo ruolo. Paterno, affabile con tutti, sereno. Ma, soprattutto, intransigente. sotto tutte le bandiere. E Giovanni Bertoni era uomo tale da provare almeno la tentazione di recitare una parte drammatica a quel livello. La vita e la morte. infine, il ruolo gli piaceva moltissimo. Forse, in quel clima da epopea tragica riviveva i momenti migliori della sua vita: in una famiglia di generali, con quell'obiettivo fissato anche per lui. L'ipotesi più dura, per quest'uomo che è stato spietato con il prossimo ma anche con la parte più nobile di sé, resta quella della finzione fino all'attimo estremo. Ma è certo che Giovanni Bertoni non ha reso più servizi ai suoi mandanti. Nessuno degli uomini che avvicinarono il "generale" nell'ultimo periodo a San Vittore ricorda delazioni o movimenti sospetti. Erano in corso, nel carcere milanese, organizzati dal "dottor Ugo". tentativi per far evadere il generale Zambon, Indro Montanelli, la signora Dorothy Gibson, nipote dei presidente Roosevelt, l'ingegner Bacigalupo, il dottor Urru, il comunista Banfi. Un uomo scaltro come Bertoni, libero nei movimenti da una cella all'altra, avrebbe dovuto fiutare qualcosa e avvertire i tedeschi: il non averlo fatto, per libera scelta o per ignoranza, gli è costato la vita. I suoi padroni non credono più nel suo gioco. E quando, il 15 giugno compilano la lista dei prigionieri che da San Vittore devono essere trasferiti al campo di concentramento di Fossoli, nell'elenco c'è anche lui. Il generale Della Rovere viene rinchiuso a Fossoli per dargli modo di continuare il suo lavoro di spia? E' possibile. Lui conosceva, uno ad uno, i detenuti trasferiti. Con loro aveva fraternizzato, nel famigerato V braccio "isolati". Avrebbe potuto opporsi, far valere le sue ragioni, ricordando i servizi resi. Ma seguì gli altri in silenzio, con una espressione indecifrabile sul volto che di giorno in giorno, sempre più diventava "da generale". Tutti gli altri erano quasi contenti. Uscire dalle celle anguste, dal clima mortifero del V braccio per andare in un campo, al sole, sembrava un vantaggio. Anche il "generale" fece il suo fagotto e si mise in colonna. Ma qualcosa stava realmente cambiando. I tedeschi che erano arrivati quel giorno per formare la scorta lo chiamavano Giovanni Bertoni. A Fossoli erano finiti i privilegi: la cella aperta, le attenzioni dei guardiani. Gli restava il rispetto dei compagni di catena. Per loro era sempre il generale Della Rovere. Forse nessuno ha interpretato il sorriso ironico dei tedeschi quando gli davano dell'"eccellenza". E qui, alla ricerca di molle psicologiche per stabilire la trasformazione di un uomo, poniamoci di fronte alla realtà, per Bertoni sconvolgente: gli ex complici che stanno per diventare aguzzini e le ex vittime che lo trattano con ammirazione e rispetto. E' sufficiente questo per interpretare in modo assolutorio le ultime gesta di Bertoni/Della Rovere? Forse sì. Forse no. Perché i comportamenti di un truffatore sono anomalia fuori dalla trama delle verità accertate: è un uomo che inventa la vita e ne manipola le regole. Anche ai livelli minimi. E Bertoni era un malefico genio nel suo campo. Luca Ostèria ha una sua teoria in proposito: Dice: «Perché poi i tedeschi abbiano immesso Bertoni nella lista dei condannati a morte per rappresaglia, non lo so. Probabilmente fu un caso. I dirigenti del campo ebbero ordine di fucilare sessantotto persone e così fecero senza guardare tanto per il sottile». Il fatto è che quando i nazisti compilarono l'elenco, Bertoni non protestò. Lo chiamarono all'appello Giovanni Bertoni, e lui fu lesto a precisare: «Prego, generale Della Rovere». E' possibile che abbia voluto spingere la recita mortale fino a quel punto? Anche gli aguzzini, se avessero voluto sostenere una finzione, lo avrebbero trattato da generale. Un prete e un civile, unici testimoni dichiarati del massacro nel poligono di tiro di Carpi, la mattina del 12 luglio 1944, parlano di un uomo morto per il suo ideale. Chiamò le pallottole al petto e prima della scarica urlò le frasi che in quei casi gridano gli eroi della patria. Quale Bertoni/Della Rovere dobbiamo ricordare? La spia insidiosa o il vecchio megalomane purificato dal martirio? Non avremo mai una risposta.

 

 

"Sua Eccellenza Della Rovere, generale di corpo d'armata , 

amico intimo di Badoglio e consigliere tecnico di Alexander, 

fu rinchiuso dai tedeschi nel V raggio della prigione di San Vittore 

nella primavera del 1944. 

Il prestigio del generale era così alto presso i secondini italiani 

che essi non si sentivano più tenuti ad osservare 

nei suoi confronti il regolamento di disciplina. 

Entrando tutti si mettevano sull'attenti, anche i comunisti, e facevano un inchino"

(Dai ricordi di Indro Montanelli)

 

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