LA DONNA AFGHANA

di Anna Maria Dionisio

 

L'Afghanistan è al centro di una grande bufera: la guerra si è rivelata più disastrosa che mai, richiamando su di sé l'attenzione di tutto il mondo. Gli uomini sono in guerra; e le donne come vivono in questo clima infernale dove le leggi ferree proibiscono loro tutto, anche di respirare? 

Sono delle vere schiave, completamente sottomesse ai voleri del marito e contano meno di nulla. Vestono il "Burka". una pesante tunica retinata all'altezza degli occhi che le copre dalla testa ai piedi: ogni forma femminile va interamente nascosta. Il regime talebano interpreta la legge del Corano in modo integralista e perciò le donne vivono in condizioni drammatiche, a dir poco. 

Dei diciotto milioni di afghani rimasti, nove sono le donne e di queste due milioni e ottocentomila sono in età feconda ed è a loro che i talebani applicano le clausole più dure della "legge santa" che hanno proclamato. 

Da tempo a Kabul lo stadio è diventato un grande tribunale all'aria aperta, davanti a migliaia di persone vengono eseguite le condanne più crudeli dai parenti delle vittime dei condannati dinanzi agli occhi dei familiari di questi ultimi. I ragazzi che hanno rapporti sessuali pre-matrimoniali ricevono cento colpi di frusta. Le adultere, se sposate, vengono lapidate. Una donna non può uscire se non accompagnata da un uomo, parente stretto, e non può trattare con un negoziante maschio, molte madri muoiono di parto se non vengono assistite da un medico donna. E' vietato parlare ad alta voce, ridere, truccarsi, portare gonne, tacchi alti, per loro è sempre pronto il processo allo stadio. 

Nel paese non esiste un'insegna, una piazza, un negozio al femminile perché i nomi che evocano la parola "donna" provocano brividi, turbamenti demoniaci nell'animo casto maschile. Solo per le vedove, che sono più di cinquantamila, prive di ogni sostentamento, è possibile chiedere l'elemosina per le strade e prostituirsi: ciò a loro è ammesso. Per coloro che si definiscono "i guerrieri di Allah" le donne e le bambine studiano fino all'età di otto anni, i maschietti vengono arruolati all'età di quindici anni. 

Una bimba, Faya, di tredici anni ha trovato un grande rimedio: scrive con i carboncini sulle pietre, sulle foglie dell'aran, pianta diffusa nella sua terra; un'altra bimba scrive: "io non conosco piante, né prati, né cielo, sto chiusa in casa con la pioggia o con il sole, scrivo sulla pelle: gambe, braccia, ventre. Scrivo quello che voglio: pensieri, sogni, ma anche ciò che ricordo dei miei studi... poi mi lavo e ricomincio da capo. Il mio corpo è come l'unico grande quaderno; la mia pelle come una pagina infinita, per me è come scrivere sull'anima tutta la sete di conoscenza e di amore che ho per la vita". 

Alcune bambine e donne afghane, le più coraggiose, partecipano a corsi di studio di nascosto della polizia religiosa talebana, negli scantinati delle case, dove scoprirle è più difficile. 

Non si arrendono, vogliono vivere, guardare il cielo, le nuvole, le montagne, vogliono amare, piacere , ma soprattutto non abbandonare le loro bambine come cani malati, chiusi nelle loro cucce, senza cibo, né carezze, né parole.

La vita delle afghane è raccontata nel bellissimo film-documentario che sta richiamando vere folle nei cinema di tutto il mondo "Viaggio a Kandahar", presentato con successo all'ultimo festival di Cannes. IL film mostra con efficacia neorealistica, la condizione femminile nel mondo afghano.

Soffocate, impotenti, sole, ma coraggiose, testimonianza di un'esistenza giocata sulla lama di un rasoio.

Ed è questo che inebriano ed esaltano le immagini più recenti di Kabul liberata dal fronte del Nord, l'esercito afghano che ha messo in fuga i tanto odiati talebani: donne con burka sollevati, visi, sorrisi, musica ovunque e uomini con barbe tagliate...

Alle coraggiose e perseveranti donne afghane, con la speranza di essere solo all'arrivo di un'autentica liberazione, tutto il mondo occidentale rivolge lo sguardo e la propria attenzione... ma soltanto ora? Forse, se in più fossimo stati sensibili alla loro pessima condizione, così da decenni, se non solo le società umanitarie più serie ed impegnate (da Emergency a Medici senza frontiere, dal Partito radicale al movimento delle donne in nero, ad Amnesty International, al movimento antiWTO), ma anche i grandi della terra, che oggi rivendicano le loro improvvisate iniziative, avessero sostenuto la causa delle donne afghane, a questi risultati, che lasciano sperare, si sarebbe arrivati da tempo, e magari facendo anche a meno di una guerra che non ha avuto mai, sin dal suo inizio, alcun sapore di interesse umanitario", quanto invece la funzione di "strumento di vendetta".