CELESTINO V°

DALLA RINUNCIA ALLA

CANONIZZAZIONE

(a cura di Giovanni Guido - M.A.S.C.I. Pescara 1°)


Il discorso di rinuncia del pontificato tenuto il 13 dicembre 1294 da papa Celestino V al Concistoro sembra contenere il dono della santità, secondo quanto molti cronisti e critici ci hanno tramandato. Dal punto di vista cristiano (e non solo) è veramente grande, infatti, chi riesce ad umiliarsi riconoscendo la propria inadeguatezza ad un alto compito a cui è stato chiamato e ha la fortezza d'animo di chiedere la propria sostituzione e la correzione degli errori eventualmente commessi. 

"Bolla detta del Perdono". 

Archivio municipale di L'Aquila.

Foto Marchetti - Longhi - g.c.

Il modo scarno, deciso e autorevole di quel discorso, al di là dei suggerimenti della formula esteriore, letteraria e, forse, di sostanza attribuiti al cardinale Gaetani (futuro successore col nome di Bonifacio VIII), denotano nella sua linearità e semplicità una profonda consapevolezza non solo dell'altissimo ruolo di pontefice massimo della Chiesa di Cristo, ma, in particolare, del profondo convincimento di non essere adatto, almeno in quel momento storico, a tale ruolo. 

Ricordiamo, infatti, le peculiarità del tutto spirituali ed ascetiche di un uomo che sembra "chiamato" a ben altro e che per una vita ha solo cercato Dio da luoghi montani impervi e nella solitudine dei deserti, fondando molti monasteri nella Regola benedettina (nemmeno la presunzione di farne una propria a quanto sembra!) per accogliere tanti che volevano seguire il suo esempio mistico e raccogliersi esclusivamente nella preghiera continua. Probabilmente erano questi i veri ed esclusivi frutti della sua fede, come si scoprirà in occasione del processo di canonizzazione. 

Dal racconto i suoi frati, dopo il discorso e dopo la firma della Costituzione "De Renunciatione" quale ultimo atto pontificio, il Papa discende dal trono, si toglie l'anello piscatorio, la mitra, il manto e tutte le pontificie insegne, le depone per terra ed egli stesso in terra si siede nella profonda commozione dei cardinali. Poi si ricopre del suo vecchio "rozzo e peloso mantello" mentre esce dal Concistoro per permettere al Sacro Collegio di decidere l'accettazione della rinuncia. 

Una scena che ci riporta alla mente Francesco d'Assisi e l'inizio della sua santità. 

Umilmente, da Papa nuovamente a monaco; da Celestino V a, fra' Pietro da Morrone; da vescovo universale a eremita di S.Onofrio in quel di Sulmona. 

La Chiesa, come riferiscono critici, storici e teologi, ha avuto non meno di due grandi insegnamenti da questa vicenda, sia dall'accettazione che dalla rinuncia di Celestino. 

E' da ricordare, intanto, come, particolarmente in quel periodo storico, regnassero feroci discordie, ad opera degli Svevi prima e degli Angioini poi, che si ripercuotevano sul Sacro Collegio e gettavano la Chiesa nella costernazione. Per cui, nei 23 anni dal 1271 al 1294 i cinque Papi che regnarono furono eletti dopo mesi e mesi ed anni di discussioni negli interminabili Conclavi. 

Celestino stesso fu eletto a Perugia dopo ben 2 anni e tre mesi di diatribe, le quali s'interruppero improvvisamente quando per caso il cardinale Latino accennò al nome di fra' Pietro che in due ore fu eletto Papa dagli undici elettori del Sacro Collegio tornati alla più completa concordia, stando a quanto ci hanno tramandato numerose testimonianze. 

La conseguente accettazione da parte di fra' Pietro, anche se notevolmente riluttante, fu provvidenziale, dimostrando che ai vertici della Chiesa la concordia era possibile nella spiritualità, mentre tutto era precario, effimero e dannoso nelle lotte temporali per il potere, alle quali, in quel momento, non erano estranei gli intrighi di palazzo fra le famiglie degli Orsini e dei Colonna, senza ignorare le pressioni esercitate dal re Carlo d'Angiò. 

E cronisti e commentatori riferiscono dell'efficacia di altre due iniziative definite dal Papa nel suo breve pontificato, provvedimenti che il successore Bonifacio VIII si guardò bene dal revocare come fece per la maggior parte degli altri provvedimenti, adducendo la giustificazione che questi erano stati adottati senza l'approvazione del Sacro Collegio. 

La prima di dette iniziative fu quella di aggiungere altri dodici Cardinali al Sacro Collegio stesso, il quale, dopo la morte del cardinale Latino, era rimasto con soli. dieci porporati. Questo importante provvedimento secondo alcuni storici, permise, intanto, di eleggere il successore di Celestino in brevissimo tempo, contribuendo, notevolmente a ripristinare la perduta concordia. 

In secondo luogo, la elezione del cardinale Gaetani, il quale assunse il nome di Bonifacio VIII, dimostrò che i nuovi Cardinali eletti da Celestino non erano affatto "suggeriti" o imposti dal "potere" nella persona di Carlo d'Angiò, in quanto è provato storicamente che Gaetani non era certamente gradito al Re né come porporato, né come Papa. 

Il secondo provvedimento tendente a riportare concordia e a mantenerla nel futuro fu quello di richiamare in vigore la costituzione Gregoriana intorno allo svolgimento del Conclave e lo fece ben due volte in quei pochi mesi: la prima a l'Aquila il 28 settembre, la seconda a Napoli tre giorni prima del discorso di rinuncia, il 10 dicembre 1294. 

Appena eletto il successore, fra' Pietro pensa ardentemente di tornarsene a Sulmona, nel suo amato eremo di S.Onofrio. Ma il nuovo Papa Bonifacio gli dice senza mezzi termini che non intende che egli si allontani, anzi vuole che lo segua in Campania o a Roma, o dove deciderà di prendere residenza. 

Questa intenzione di Bonifacio non piacque a fra' Pietro che, segretamente si avviò verso l'Abruzzo, effettuando, prudenti tappe per non essere scoperto, ma non rinunciando ad aiutare chi lungo la strada gli chiedeva aiuto guarendo miracolosamente alcuni infermi. 

Bonifacio. che era giunto ad Anagni recandosi verso Roma, seppe della fuga, delle ovazioni popolari e dei miracoli compiuti lungo la strada e mandò a recuperare il frate, ma questi si nascose e non fu trovato. 

Circa la scelta di Sulmona come luogo privilegiato del ritorno di fra' Pietro, lo storico Martino si chiedeva come mai il vecchio frate, partito da Napoli in gravi condizioni di freddo e di disagio, non si fosse fermato in uno degli altri suoi conventi, che erano di strada e più vicini, quali S. Spirito di Isernia (suo paese natale), S.Maria di Trivento, S. Maria di Agnone, S. Giovanni d'Acqua Santa presso Castel di Sangro. Ovvero, poteva rifugiarsi in uno dei quaranta luoghi edificati da lui. Eppure, osserva il Martino, egli volle tornare al suo Morrone. 

Circa il nascondiglio, monsignor Celidonio - nel suo libro dedicato alla vita del Santo - riferisce che "presso la rupe di S. Onofrio vi è un antro che molto si sprofonda, adibito oggi a cisterna, che allora era coperto e segretissimo. Forse quello è il luogo dove dicono tutti gli autori che stesse rinchiuso fra' Pietro". 

Il Re, intanto, si dimostrò d'accordo nel dare la caccia all'umile frate, anche perché Bonifacio gli concesse il 25 febbraio 1295 l'investitura del Regno e non intendeva inimicarselo, tanto che mandò a minacciare i sulmonesi, i quali, evidentemente, si agitavano in favore del loro santo frate. 

Fra' Pietro, cominciando a pensare seriamente che le cose per lui si mettevano piuttosto male, decise di fuggire di nuovo, questa volta in Puglia. 

A quattro giorni di cammino, infatti, avrebbe potuto raggiungere una selva vicina al mare (probabilmente la Selva Umbra sul Gargano) e vi si incamminò segretamente con la sola scorta di un vigoroso frate che molti pensano si chiamasse Tommaso da Sulmona, il quale lo seguì fino al tempo della prigione e attestò molti miracoli a cui aveva assistito. 

Il nuovo nascondiglio era popolato da molti monaci e da gente del luogo che, pur non avendolo mai visto, con grande gioia riconoscevano in lui il frate del Morrone. 

Allora fra' Pietro tentò di attraversare il mare verso la Grecia, ma dopo un giorno di navigazione il vento - con meraviglia degli stessi marinai - sospinse la barca sulla spiaggia di Vieste, cittadina sull'estremo promontorio del Gargano.

A Vieste molti sospettarono che quel vecchio frate fosse il Papa rinunciatario, di cui il Re aveva segnalato la ricerca. Tutti volevano incontrarlo e venerarlo, finché la voce giunse, dopo nove giorni di permanenza, al Capitano di Vieste, il quale gli tributò molti onori e scrisse lettere al Papa e al Re.

Fra' Pietro, docilissimo agli ordini di Bonifacio che ormai lo teneva in pugno, si lasciò condurre verso la Campania mentre, dai racconti dei suoi monaci, grandi folle lo acclamavano lungo il cammino e lo veneravano e, come si legge in un apposito Capitolo redatto dal Patriarca di Gerusalemme che faceva parte della scorta inviata dal Papa, "molti miracoli il Signore compi per i meriti di questo santo frate" e ne fornì in allegato un dettagliato elenco.

Nel citato libro di mons. Celidonio si legge che "Dai luoghi enunciati si desume che l'itinerario del Santo in questo viaggio fu da Vieste a Foggia, a val di Gaudio e poi, pel territorio di Benevento, a Maddaloni, Capua, Teano, Mignano, Venafro, Aquino, S.Germano, Ferentino, Anagni. Un tragitto di circa 300 chilometri e percorso da lui non come prigioniero, ma come trionfatore, seguito sempre dalla venerazione dei suoi custodi, dei popoli e dalla virtù taumaturga del Cielo."

Ad Anagni, Bonifacio VIII ricevette l'umile omaggio del Frate che gli baciò i piedi e fu ricambiato con benevolenza, ma fu affidato alla custodia accorta del cardinale Camerlengo Teodorico Ranieri, il quale gli assegnò alloggio vicino a quello del Papa, affinché questi potesse incontrarlo e intrattenersi con lui, come in effetti faceva spesso nei due mesi di permanenza, mentre faceva preparare il castello di Fumone, a quanto pare, per consiglio dei cardinali.

Bonifacio, in realtà, reputava Celestino un uomo pio e degno dei miracoli che il Signore operava per sua intercessione e lo trattava con rispetto e grandi riguardi. 

Ma il problema, a quanto sembra, consisteva nel timore che proprio in virtù di quei numerosi e notissimi fatti soprannaturali il popolo e i nemici potessero in qualche modo far credere a Celestino che lui fosse di diritto il Papa e indurlo a uno scisma.

"Quattro miglia a ponente di Alatri e otto a levante di Anagni'', commenta mons. Celidonio, "sul pendio di un'aspra montagna si leva, tra secolari selve e burroni, un villaggio cinto da mura, con antichi edifici e chiese monumentali. Sovrastano ad esso sulla sommità del monte i ruderi di un antichissimo castello che, insieme al villaggio, fu chiamato Fumone". 

"Dopo che quest'uomo di Dio, dicono i discepoli, arrivò al castello di Fumone e venne rinchiuso nella torre, rese grazie a Dio ed esclamò: "Ho desiderato una cella ed una cella ho, come è piaciuto alla tua pietà, Signore Dio mio"

Va precisato, in proposito, che il castello di Fumone non era una misera stamberga, come precisa il Celidonio, perché il Papa Bonifacio VIII aveva dato ordine che il suo predecessore avesse ogni comodità. Se il santo frate fu messo in quella cella fu per sua scelta perché amava stare in carcere non solo nell'eremo di S. Onofrio, ma anche nella reggia di Castelnuovo. 

Nel giorno di Pentecoste, il 19 maggio 1296, tornò alla casa del Padre fra' Pietro da Morrone che fu Papa Celestino V, dopo 65 anni, ricordano i suoi discepoli, di vita penitenziale completamente dedicata a Dio. 

Bonifacio VIII ordinò doppi solenni funerali e fece tumulare il santo corpo presso l'altare maggiore nella chiesa di S. Antonio di Ferentino, chiesa dal Frate stesso edificata. 

Il 5 maggio 1313, il Papa Clemente V emise la Bolla con la quale l'umile fra' Pietro fu proclamato santo. 

"Il 19 maggio è la sua festa" recita la Bolla "e a chiunque veramente pentito e confessato visiti il suo sepolcro nel giorno suddetto si rilasciano cinque anni e cinque quarantene di indulgenza".