Audiovisivo introduttivo
Millenni di storia delle genti d'Abruzzo illustra brevemente (20 minuti) la storia dell'Uomo in Abruzzo, dal suo primo apparire sulla Maiella (circa 700.000 anni fa) fino alla rivoluzione industriale, con il fine di farne comprendere la formazione etnica e quella culturale ed i motivi della sua continuità fino al XX secolo. Formazione culturale delle genti rurali condizionata fortemente dalla difficile natura montagnosa che ha costretto ad un'economia prevalentemente pastorale caratterizzata dalla transumanza invernale, durata circa quattromila anni.
Formazione etnica e sua continuità
Viene
fatta una breve sintesi della storia dell'Uomo in Abruzzo con il
fine principale di evidenziare la formazione etnica delle sue genti.
Si sottolinea, inoltre, la presenza di "culture" peculiari
entro i confini regionali. Nelle prime vetrine a sinistra (1-4) vi
è una sintesi della più antica età della pietra, i 3 periodi del
PALEOLITICO che in Abruzzo inizia circa 700.000 anni fa e termina
con il Bertoniano da Montebello di Bertona. l'ultima di queste
vetrine (n.4) appartiene alla fase di transizione dal nomadismo
stagionale proprio dei cacciatori del paleolitico alla prima
agricoltura (comparsa in Abruzzo circa 6.500 anni fa). Questa fase
transitoria di crisi dura circa 2.000 anni e viene chiamata MESOLITICO. Nelle vetrine a destra (5-8), la rivoluzionaria
fase agricola, detta NEOLITICO, sottolinea due "culture"
proprie dell'Abruzzo, quella di Catignano, con analogie con una
cultura delle Puglie, e quella di Ripoli che segna anche la fine
dell'età della pietra e l'inizio dell'utilizzo del primo metallo,
il rame. Al centro di questa prima metà della sala dedicata
all'età della pietra, due sepolture femminili neolitiche sono molto
importanti perché hanno entrambe corredi funebri con vasi delle due
culture, Catignano e Ripoli, e testimoniano quindi una fase di
trapasso tra l'una e l'altra. La seconda metà della sala è
dedicata all'età dei metalli (età del BRONZO e del
FERRO),
importantissima per l'Abruzzo perché vede l'arrivo di quelle
nuove
genti che, sovrapponendosi alle precedenti, costituiranno la base
etnico-culturale fondamentale della regione. Le vetrine documentano
la comparsa della pastorizia ed il suo prevalere sull'agricoltura in
montagna, da cui scaturisce un'economia mista con pastorizia
transumante che caratterizzerà la regione fino al XX secolo. Queste
tribù di pastori-guerrieri di stirpe sabellica daranno un apporto
militare determinante all'espansione di ROMA, come testimonia la
storiografia latina. La loro breve ribellione, nel 90 a.C., per
ottenere la cittadinanza romana, porterà alla coniazione della
prima moneta con il nome ITALIA.
L'arrivo dei "barbari" e dei longobardi in particolare (VI secolo d.C.) cancellerà, come quasi ovunque in Italia, i resti della civiltà romana, con un ritorno generale alle capanne (tav."Civiltà dell'abitare"). Queste popolazioni germaniche, con seguito di tartari, si insedieranno in alcune zone della regione, costituendo l'unico ulteriore apporto etnico significativo alle genti d'Abruzzo.
La scala porta alla galleria di approfondimento didattico con 6 multimediali interattivi.
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- I luoghi di culto rupestre - L'artigianato artistico - La pastorizia - Le feste tradizionali - L'etnomusicologia - Genti d'Abruzzo: dal museo al territorio |
Sacralità delle grotte e continuità dei luoghi di culto
Nei
luoghi di culto in grotta neolitici e nei ripari sottoroccia con
pitture rupestri propiziatorie dell'età del bronzo-ferro, si è
potuta documentare in 8 casi una continuità di frequentazione
rituale fino ai nostri giorni (in 7 casi la scoperta delle pitture
rupestri e della continuità di culto in quei luoghi si deve
all'Archeoclub di Pescara).
Sulla sinistra entrando è stato
allestito un modello di grotta, rivestito all'esterno da
riproduzioni fedeli di pitture rupestri (dall'Eremo di Santo
Spirito), rappresentanti per lo più cavalieri armati dell'età del
bronzo e del ferro (fig. 1-2). In varie nicchie sono esposti reperti
di epoche diverse, dal neolitico al medioevo. Infatti i primi
agricoltori ubicavano la Divinità all'interno della Terra, cui
attribuivano il "miracolo" di far germogliare la vita
vegetale, indispensabile a quella animale. Per offrirle sacrifici la
penetravano attraverso le grotte e vi scavavano delle buche in cui
venivano gettate le offerte (vi si svolgevano anche sacrifici di
bambini, come attestato nella Grotta dei Piccioni di Bolognano).
Nelle nicchie in cui è suddiviso il simulacro sono rappresentate
espressioni di culto in grotta di varie epoche: dal neolitico
raffigurato da pitture in ocra rossa con sacerdote orante (fig.3),
da una fossa con mele e frumento, da un circolo "magico"
di pietre; fino ad arrivare al medioevo con la statua di San Michele
Arcangelo, piatti ed altri oggetti appartenuti agli eremiti, che
utilizzarono quelle stesse grotte come abitazione e Chiesa.
Continuità dei riti sacri ed oggettuale
Sulla destra vengono descritti numerosi riti, tutti legati al ciclo stagionale e quindi alle colture agricole, nei quali è evidente l'adattamento cristiano ad una religione pagana. Al centro la "Pupa", fantoccio dalle fattezze femminili che viene fatto danzare da un uomo posto al suo interno, alla conclusione di numerose feste tradizionali. Durante la danza, vengono accesi i fuochi d'artificio che ne circondano la figura. In passato la "pupazza" veniva interamente bruciata, e le ceneri venivano sparse nei campi a scopo propiziatorio. La vetrina centrale contiene dolci e pani legati a feste tradizionali.
Continuità oggettuale.
Sulla
sinistra al centro della sala è documentata la continuità di
numerosi oggetti, tecniche e tipi di decori, dalla preistoria al XX
secolo.
Continuità del paesaggio.
Sulle pareti, sempre a sinistra della sala, viene illustrata la continuità del paesaggio sia rurale (i campi aperti) che abitativo dei "vici" e degli incastellamenti d'altura, prima italici e poi medievali.
Corredo del pastore
A
sinistra il vestiario ed alcuni elementi del corredo confermano una
continuità nel ricavare oggetti direttamente dalla natura (corna,
zucche, ecc.) con una semplicità di esecuzione che chiaramente
rimanda alla preistoria. Anche il vestito festivo (ultima sagoma a
destra, prima fila) è tessuto in
casa con lana di propria
produzione. Il cane, già prezioso compagno nella caccia ai piccoli
animali fin dal Mesolitico (circa 8.000 anni fa), diventa necessario
coadiutore del pastore nella conduzione e nella difesa del gregge
(vedasi il collare "da lupo" sulla sagoma). Anche la mazza
ferrata (1ª sagoma) serviva da difesa. Nelle vetrine a destra sono
esposti elementi del
corredo per lo più realizzati dallo stesso
pastore. Si noti anche il pennello della scatola da rasoio (vetrina
2) che è ricavato dalla coda di un tasso. Gli intagli, realizzati
con grande perizia, raggiungono talvolta notevole valore artistico
(vetrine 2-5). Il libro dell’ "Orlando Furioso",
particolarmente gradito ai pastori in grado di leggere, testimonia
l'ammirazione verso le gesta eroiche propria di una cultura
guerriera (vetrina 1).
Abitazione in trulli (Tholos)
Transumanza e produzione della lana
L'abitazione nei luoghi di pascolo di montagna o pianura, fin dalla preistoria, era ricavata direttamente dalla natura. La priorità, in montagna, era data alle grotte ed ai ripari sottoroccia, cavità adattate con protezioni di muri in pietra a secco e pelli di pecora. In mancanza di tali cavità, si costruivano abitazioni in pietre con una tecnica particolare (tholos o trulli), talvolta plurime (plastico sulla sinistra e vetrine 1-2). Queste costruzioni destinate a durare nel tempo, venivano coperte sulla sommità cupoliforme da uno spesso strato di sterco di pecora, per aumentarne l'isolamento termico. Nella campagna romana la scarsezza di pietre adatte, costringeva alla costruzione di capanne in legno e paglia.
I contigui ricoveri per le pecore, detti stazzi, in rari casi venivano ricavati anch'essi dalle grotte o ripari sotto roccia, altrimenti venivano costruiti recinti con muri di pietra a secco in montagna. In pianura e durante le transumanze venivano alzati ricoveri in rete di corda. Attorno dormivano i cani per la difesa, specie da lupi.
La transumanza, dovuta alla necessità di trasferire in autunno a piedi le greggi, dai monti alle lontane pianure pugliesi o a quelle circostanti Roma, è l'elemento che caratterizza la pastorizia abruzzese rispetto alle altre, rendendola più faticosa e particolarmente pericolosa per l'incolumità del bestiame. I tracciati dei tratturi, vere vie d'erba per gli spostamenti stagionali, sono antichissimi. Da qualche decennio la transumanza avviene su strada con autocarri. La produzione della lana è stata la principale fonte di reddito economico in Abruzzo, assicurando un relativo benessere, specie in epoche caratterizzate da fattori climatici favorevoli. La tosatura delle pecore, seguita dalla marchiatura, preceduta dal lavaggio del bestiame, costituisce uno degli appuntamenti a scadenza annuale.
Arredo dei ricoveri stazzi e produzione del formaggio
L'arredo del ricovero del pastore era ridotto all'essenziale e ricavato per lo più direttamente dalla natura del luogo (pietra, legname, rami e pelli di pecora). Infatti il trasporto sulla montagna, affidato al mulo, doveva dare la priorità al carico di sale, necessario elemento integrativo per le pecore e di pane per settimane di autonomia. Ai piedi del trullo (fig. 4) si vede una testa scolpita nella pietra da un pastore e abbandonata, per il suo peso, nel luogo stesso di produzione. Accanto, un ramo d'albero ripulito ed infisso nel terreno ("arciclocco") serviva da sostegno per utensili vari e per l'essiccazione della carne. Nella parte destra della sala, sono documentate le principali occupazioni quotidiane del pastore: la mungitura e la caseazione (vetrine 4-8).
Il
grano: dal seme alla farina
Base
dell'alimentazione delle popolazioni mediterranee fin dal neolitico,
i cereali - ed in particolar modo il grano - costituiscono il fulcro
del ciclo agricolo annuale. L'aratura dei campi, la semina, la
mietitura e la trasformazione del grano in farina, sono fasi di
lavoro effettuate con strumenti e metodi rimasti immutati fino alla
"rivoluzione industriale", in Abruzzo esplosa solo dopo il
secondo dopoguerra. Alcuni di
questi strumenti e metodi primitivi si sono tramandati simili dalla
preistoria (fig.5-6). Nella
sala due plastici ricostruiscono didatticamente alcune fasi di
lavoro e di vita contadina
della prima metà del Novecento.
L’olivo
e il fieno - dal campo all'aia
La
coltivazione, raccolta e trasformazione dell'olivo in olio è una tra
le principali risorse agricole della collina abruzzese, praticate
fin dall'antichità.
Nella sala sono esposti sia gli attrezzi da lavoro, che i mezzi per il trasporto e la conservazione dei prodotti agricoli in genere, come il fieno e gli erbaggi per il bestiame, che venivano raccolti sull'aia e ammonticchiati in covoni.
La vite e il vino.
L'allevamento e le attività complementari
Fino
alla prima metà del Novecento, la coltivazione della vite in
Abruzzo aveva soprattutto finalità di produzione vinicola per il
consumo domestico.
Nel XIX secolo veniva prodotta uva da
esportazione solo in alcune località di particolare vocazione, dove
si facevano anche vini speciali, come i liquorosi e i moscati. Nella
sala si possono osservare diversi utensili da lavoro e contenitori
usati per la cura della vigna e la produzione del vino.
Nell'economia dell'autosufficienza, propria del mondo rurale, veniva
allevato con cura bestiame da lavoro: buoi per l'aratura ed asini o
muli da soma per il trasporto, specie nelle zone collinari o di
montagna. I bovini erano utilizzati anche per il traino del carro
agricolo. Grande importanza, fin dall'epoca preistorica, aveva
l'allevamento del maiale (di colore scuro e più magro dell'attuale
di importazione), per la sua grande frugalità alimentare (scarti
della mensa e delle coltivazioni, ghiande, ecc.) e per la
possibilità di utilizzare integralmente il suo corpo, dalla carne
alla vescica, usata da sempre come contenitore.
Caratterizzava l'agricoltura abruzzese, dall'età del bronzo al dopoguerra, la presenza costante di un piccolo gregge di 15-30 pecore, necessario a fornire la lana per le lavorazioni di uso domestico, ed il formaggio da essiccare come scorta alimentare. Sempre presenti anche gli animali da cortile e, in certe località, alcune capre. Nelle pause lavorative invernali il contadino ricavava dal legno utensili ed oggetti di uso domestico, o intrecciava canestri e ceste, utili anche all'essiccazione di fichi e formaggio.
La
casa: struttura, arredo e vita domestica
Come
sempre, i fattori ambientali e quelli economici conseguenti hanno
imposto il tipo di struttura e la distribuzione sul territorio degli
insediamenti rurali. Dai borghi arroccati dell'Abruzzo montano a
prevalente economia pastorale, costruiti in pietra, si passa ad una
maggiore dispersione abitativa in collina e nelle scarse pianure, a
prevalente economia agricola. In queste zone il materiale
costruttivo è l'argilla mista a paglia, come nell'antichità, e
mattoni in epoche più recenti, oppure il tufo, in alcune zone dove
questo affiora, misto a ciottoli fluviali e laterizi. Gli elementi
principali della cucina erano il focolare a terra e la conca per l'approvvigionamento dell'acqua, che la donna, fin da bambina,
imparava a portare in equilibrio sulla testa; l'arredamento era
completato da un tavolo, sedie di legno impagliate ed una madia per
le provviste (fig. 7).
La camera da letto era formata da un pagliericcio riempito da foglie di granoturco, posto su di un graticcio di canne, con cuscino di lana delle proprie pecore, lenzuola e coperte tessute in casa dalle donne, talvolta impreziosite da ricami e merletti. Una cassapanca o una madia completavano l'arredo. Spesso il riscaldamento invernale era assicurato da un'apertura comunicante con la stalla dove, occasionalmente, dormivano i ragazzi su di un mucchio di paglia.
Lino e lana
La
lavorazione domestica delle fibre tessili costituiva una forma di
autoproduzione tipica del mondo rurale femminile, essenzialmente a
fini di autoconsumo (biancheria intima, corredo, capi di
abbigliamento). Le materie prime erano tratte direttamente dalla
natura e trasformate in tessuti mediante la maceratura, la filatura
a mano con l'uso delle conocchie e quindi la tessitura. Nel
caso del lino - e più raramente della canapa - dopo la raccolta le
fibre venivano trattate con attrezzi e strumenti appositi, fino a
renderle adatte alla filatura, della quale si occupavano per lo più
le bambine e le donne anziane. Alcuni prodotti di qualità, specie
trine, merletti, coperte e tovaglie, avevano spesso anche finalità
commerciali. Oggi sono pochissime, in Abruzzo, le tessitrici e
ricamatrici ancora operanti.
Vesti
e ornamenti: dal quotidiano al cerimoniale
L'abbigliamento era uno degli aspetti che maggiormente contrassegnava, tra i ceti popolari, il territorio di provenienza dei vari individui, soprattutto delle donne.
Nella sala vengono mostrati alcuni abiti tradizionali tra i più tipici, sia famosi come quelli tuttora indossati da qualche anziana a Scanno, sia costumi meno conosciuti, perché andati in disuso negli ultimi decenni.
Ogni "costume" viene presentato nella versione da cerimonia, poiché in tale occasione era caratterizzato ed arricchito da accessori ed ornamenti preziosi, spesso appositamente realizzati.
Soprattutto i gioielli venivano indossati per assolvere ad una serie di funzioni simboliche; oltre alla distinzione sociale, segnalavano la donna nubile da quella maritata ed i loro motivi decorativi coniugavano il valore estetico a quello magico-apotropaico, come gli amuleti, che difendevano i bambini dagli influssi negativi dei malocchio.
Inoltre, figurano in questa sala alcuni ornamenti in corallo, materia ritenuta, sin dalla preistoria, portatrice di particolari qualità propiziatrici per il benessere personale. Tra gli esemplari presentati spiccano quelli realizzati con grani di corallo sfaccettato, tipo di lavorazione che dalla fine dell'800 divenne caratteristica di un opificio a Giulianova e che rese famoso l'Abruzzo anche all'estero.
l'artigianato
artistico tradizionale
La
maiolica rinascimentale e barocca di Castelli (TE) è tra la forme
più conosciute dell'artigianato artistico d'Abruzzo. Gli esemplari
di questa antica arte figulina sono custoditi nei principali musei
dei mondo, dal Louvre all'Ermitage, dal Metropolitan al British
Museum. In questa sala sono
esposti oggetti destinati all'uso quotidiano, popolare o borghese,
che ancora oggi alcuni centri continuano a produrre. Altre
produzioni tipiche dell'artigianato locale vengono mostrate nei
contesti culturali di appartenenza: l'oreficeria tradizionale
insieme ai costumi; la tessitura, i lavori al tombolo e
l'artigianato del rame negli ambienti dedicati alla vita e al lavoro
domestico; l'artigianato del legno tra i lavori dei pastori e le
suppellettili domestiche.
L'artigianato del ferro battuto, della pietra scolpita, dell'oreficeria sacra medievale e rinascimentale - tra le forme artistiche che maggiormente hanno caratterizzato l'Abruzzo nei secoli - vengono qui illustrate e corredate da rinvii ad altri musei ed al territorio, secondo le finalità del Museo e la sua funzione di orientamento alla conoscenza della regione.
Sezione ceti urbani e risorgimento
In
questi locali delle caserme borboniche, trasformati in carcere
durante il Risorgimento, furono imprigionati circa cento patrioti,
tra i quali 35 abruzzesi. Vi viene documentata la durezza di vita
inflitta nelle prigioni dell'epoca, mentre un sistema in
multivisione illustra la storia del Risorgimento in Abruzzo,
dall'ultima difesa della Repubblica di Napoli avvenuta nel 1799
proprio in questo luogo, fino all'Unità d'Italia. Nell'ultimo
locale (sala 18), vi sono immagini e oggetti dei salotti, dei caffè
e dei teatri abruzzesi dove si formarono le coscienze liberali e le
società segrete cospiratrici per la libertà e l'Unità d'Italia.
Si accenna, infine, alle motivazioni dello scontro avvenuto tra
questi ceti urbani emergenti, eversivi della feudalità, ed il mondo
rurale rimasto, invece, conservatore e fedele alla monarchia
borbonica.