Sintesi Culturali


Le genti d'Abruzzo

Formazione etnica 

Nell'età del bronzo-ferro arrivano in Abruzzo genti indo-europee di stirpe sabellica, dotate di una economia ancora basata essenzialmente sulla caccia, che si sovrappongono ai neolitici e ne travolgono la civiltà agricola che solo più tardi verrà parzialmente recuperata. Nasce così quel gruppo etnico, definito "italico", di pastori-agricoltori d'indole guerriera che, come abbiamo visto, darà nei primi secoli dell'espansione di Roma, un determinante contributo militare. Da allora, fino ai nostri giorni, l'Abruzzo non ha più avuto apporti significativi di altre popolazioni, all'infuori di un consistente gruppo di stirpe germanica. Furono i longobardi (VI-VII sec. d.C.). con qualche seguito di bulgari (tartari) assoggettati, ad insediarsi in diverse zone strategiche. Ancora oggi, in talune località, si possono osservare chiare tracce nei toponimi e, talvolta, anche nei tipi fisici, di questi arrivi di genti longobarde.

 


La continuità del mondo antico dalla preistoria all'industrializzazione

I luoghi di culto ed i riti pagani

La straordinario continuità dei luoghi di culto e di alcuni rituali pagani ha motivazioni più complesse, rispetto alla continuità degli oggetti. L'attaccamento dei popoli italici ad una religione semplice ed essenziale, fatta di dei concreti, trasfigurazione di personaggi reali, rispecchiava e ben si adattava al loro stile di vita pragmatico. Questo senso esasperato di realismo, che ancora adesso si conserva nelle compagne abruzzesi e che tanto aveva caratterizzato la forza politica di Roma, ostacolò il diffondersi di tutte quelle filosofie, utopie e religioni provenienti dall'Oriente, mentre nella capitale Roma, ormai sommersa da un'immigrazione cosmopolita, e nelle città, queste nuove idee avevano profondamente radicato, vincendo le resistenze di una minoranza del vecchio patriziato. Come potevano delle tribù guerriere che adoravano Ercole, accettare una religione che propagandava valori diametralmente opposti alla propria cultura? Inoltre il paganesimo tradizionale probabilmente veniva correlato ad altri ideali propri della romanità, che nelle città andavano disgregandosi insieme alla stabilità dell'impero. Per tale motivo nella popolazione montanara conservatrice, la fedeltà alla religione dei padri potrebbe aver acquisito anche un significato ideologico di resistenza alle nuove idee, sia perché non adatte al proprio carattere pragmatico, sia perché ritenute sovvertrici di un ordine che aveva, fina ad allora, garantito sicurezza e stabilità. Lo stesso Cristianesimo, penetrato nelle città fin dai primi secoli, riuscì a diffondersi in questo mondo agricolo pastorale molto tardi, solo dopo il crollo dell'impero Romano d'occidente, tra il VII e l'VIII secolo. Naturalmente non fu possibile modificare completamente tradizioni e riti. La Chiesa preferì accettare di inserirsi, con altrettanto realismo, nei luoghi di culto tradizionali, adottando spesso gli antichi riti pagani alla nuova religione, come viene ampiamente documentato.

 

L'autosufficienza

L'economia rurale era basata sull'autosufficienza, mediante una produzione familiare che traeva direttamente dalla natura tutto quanto potesse occorrere in cibo, vestiario ed oggetti (con l'esclusione della metallurgia, della ceramica e di poco altro). Questa pratica non era imposta solo da una dura necessità di risparmio economico, ma anche dalla difficoltà della distribuzione commerciale, per la forte dispersione abitativa, propria dei contadini e dei pastori, su di un territorio difficile, poverissimo di strade e di mezzi di comunicazione. La convenienza economica dell'autosufficienza nella fabbricazione di oggetti e di vestiario, era accresciuta anche dai particolari ritmi di lavoro dettati dalla natura, con lunghe pause invernali per 1'agricoltore, che le impiegava per produrre tali beni, e con continue brevi pause giornaliere per il pastore, durante le soste dei gregge per il pascolo. Questi portava con sè l'oggetto da lavorare, per lo più legni da intagliare ed incidere con il coltello, da cui ricavava tutto quanto potesse occorrergli. La conservazione nel tempo di queste primitive tecniche di produzione manuale risponde, in maniera funzionale, al perpetuarsi di medesimi bisogni dettati da un'economia semplice rimasta immutata.

Questo spiega perché certi oggetti e certe tecniche siano rimasti molto simili della lontano preistoria ad oggi, con una continuità di produzione che è giunta ininterrotta fino all'affermarsi pieno dell'industrializzazione, con le sconvolgenti innovazioni tecnologiche ad esso connesse.

Cessa così, dopo millenni, un sistema di vita caratterizzato da una stentato indipendenza economica, che aveva consentito all'uomo di trarre direttamente dalla natura quasi tutto quanto potesse occorrergli. Appare dunque appropriato il termine di "rivoluzione industriale". Nasce pertanto la necessità e l'urgenza di conservare ai posteri la memoria di oggetti e di tecniche giunte fino a noi dalla lontano preistoria, in musei come questo.

 

La pastorizia e le genti italiche

La fondamentale importanza dello pastorizia fin dall'antico mondo italico- romano, dai Sabini delle foci del Tevere alle tribù dei medio Adriatico, emerge dalla radice della parola che indica la prima moneta: pecunia, dal latino "pecus" pecora. Il principale oggetto di scambio degli italici nei primitivi baratti commerciali con altri popoli, prima della comparsa delle monete, doveva essere costituito dalle pecore e dai derivati lana e formaggio. Anche la parola peculio (latino “peculium”) che nel diritto romano indicava i beni di cui il "poter familias" concedeva al figlio l'amministrazione ed il godimento, riservandone la proprietà, ha la sua significativa radice nella parola "pecus", pecora. Fino all'industrializzazione la pastorizia ovina ha costituito la principale risorsa economica della regione più montuosa dell'Appennino.

 


Formazione del carattere

La necessità propria del pastore di continui e lunghi spostamenti nel difficile terreno di montagna, del pernottamento per mesi in grotte o ripari sotto roccia, abitua a ridurre il proprio bagaglio ed i propri bisogni all'essenziale e la propria alimentazione al prodotto delle pecore, con l'aggiunta di solo pane, sole ed olio. Questa situazione stimola al massimo il senso pratico e aiuto a sfruttare ogni elemento ed ogni risorsa della natura per adattarsi ad un ambiente di vita così difficile. Dopo millenni si è così sviluppato una cultura dei pragmatismo e dell'essenzialità, che diventa anche rudezza formale nel rapporto con gli altri uomini. Rapporto reso molto breve e saltuario dalle lunghe solitudini del pastore. Questo ha reso gli abruzzesi tendenzialmente taciturni, riservati e, spesso, timidi. La necessità di vincere una natura che rende tutto difficile e faticoso, stimola la tenacia. Proverbiale è l'ostinazione degli abruzzesi, che si aggiunge alle altre conseguenze della lotta con l'ambiente della montagna, quali la frugalità ed una grande solidarietà, specie nel piccolo gruppo. Qualità quest'ultima che può dare una spiegazione di come l'indole guerriero, propria dei pastori che devono attraversare con le greggi territori altrui, si accompagni nell'Abruzzo rurale ad uno dei più bassi indici di criminalità d'Italia.  


I cicli agricoli

Nel calendario produttivo agricolo, il ciclo annuale viene tuttora scandito dai tempi di semina e raccolta dei grano, risorsa alimentare primaria e fondamentale, seguito dalla vendemmia e dalla raccolta dell'olivo con la successiva trasformazione in olio.

Alla coltivazione del grano duro e tenero, utilizzato soprattutto per fini commerciali, la famiglia contadina affiancava quella del granturco, meno richiesto dal mercato e quindi più economico, utilizzato per l'alimentazione ordinaria della famiglia; sugli altipiani dell'Abruzzo interno, si è conservata, favorita dalle condizioni climatiche, la produzione del farro, dei legumi e delle patate.

Altri cereali, come l'avena, l'orzo e il sorgo, venivano invece utilizzati per l'allevamento del bestiame, che in passato era necessario per la sopravvivenza della famiglia contadina, sia come aiuto nel lavoro agricolo, sia per l'alimentazione.

Alla semina praticata nel tardo autunno, dopo le fatiche dell'olivo e mentre il vino otteneva la giusta fermentazione, seguiva il lungo periodo invernale, considerato dai contadini come il tempo del "riposo", intervallato dalle operazioni di potatura degli olivi e delle vigne, che occupava solo le brevi ore di luce diurna.

In quest'occasione, gli uomini approntavano o rimodernavano gli attrezzi da lavoro, o confezionavano contenitori per le diverse funzioni ed occasioni, spesso utilizzando materie povere ricavate dalla natura, legno, pietra, fibre vegetali ed animali.

Le donne erano intente alla preparazione dei corredi per le figlie o sorelle, passando al telaio gran parte dei tempo che ricavavano dalle altre incombenze domestiche.

 

I rituali

Anche i rituali festivi in inverno erano connotati da un carattere più intimo, come il periodo natalizio, considerato adatto dai contadini a trarre pronostici ed auspici per l'andamento climatico delle stagioni.

Infatti l'osservazione degli astri soprattutto delle fasi lunari, erano di importanza fondamentale per la buona riuscita di ogni attività agricola, soprattutto invernale, quando bisognava potare o trapiantare le piante o bisognava effettuare uno dei tanti travasi tra botti e damigiane di vino, necessari per la qualità della sua maturazione.

L’inverno, per millenni, è stato il tempo delle storie narrate dai nonni davanti al grande focolare domestico, quando questo diventava il palcoscenico delle questue cantate dai più poveri, in onore del santo d'occasione, per ricevere un po' di solidarietà dai paesani, costituita da semplici beni alimentari. In tal modo, il patrimonio culturale tradizionale veniva tramandato alle nuove generazioni.  


Le attività domestiche

Nella società agro-pastorale, i molteplici aspetti connessi alla vita domestica erano a totale carico della donna. In ogni stagione dell'anno, sotto qualsiasi condizione meteorologica, sin dall'infanzia essa doveva recarsi più volte al giorno, con la conca di rame in equilibrio sulla testa, alla fonte (a volte distante chilometri) per approvvigionarsi dell'acqua necessaria alla famiglia, e alle pratiche igieniche varie, per cucinare e per dissetare persone e bestiame, per una quantità minima di 50 litri giornalieri.

Due volte al mese, bisognava lavare il bucato e se nei dintorni mancava il lavatoio pubblico, le donne erano costrette a recarsi al corso d'acqua più vicino, spesso con la culla del neonato sulla testa e con i bambini al seguito.

Ogni settimana, bisognava provvedere ad ammassare e cuocere il pane per il consumo familiare.

Inoltre c'erano i doveri quotidiani come accudire i figli ed il bestiame, avere cura della casa e dell'orto, cucinare e portare tra i campi il cibo agli uomini e, occasionalmente, collaborare ad alcuni lavori agricoli stagionali. Approfittando dell'estate le donne approntavano conserve varie, confetture di frutta, ortaggi sott'olio e sott'aceto, seccavano fichi, peperoni, pomodori.

Le più esperte, di solito le donne più anziane, svolgevano pratiche magico- terapeutiche, associandole a metodi empirici, sui soggetti afflitti da patologie diverse; raccoglievano erbe ed infiorescenze varie, per ottenerne sia rimedi contro disturbi e malattie, sia sostanze coloranti per tingere i tessuti autoprodotti.

D'estate, si raccoglievano anche il lino e la canapa, che gli uomini avevano seminato in autunno; approfittando del periodo caldo e secco le donne procedevano al lungo e laborioso processo di estrazione della fibra, che avrebbero utilizzato per filare e per tessere.

Nel frattempo alcune di loro ricamavano, facevano la maglia, intrecciavano nastri, realizzavano merletti. Tutto ciò in condizioni di reale indigenza diventava una risorsa economica extra-familiare.

Spesso, per accompagnare le attività giornaliere, le donne cantavano, da sole o in gruppo e nelle sere d'estate ogni pausa dei lavoro agricolo diventava occasione di festa, uomini e donne si ritrovavano sull'aia per ballare saltarelle e quadriglie al suono dei 'ddù-botte, l'organetto tradizionale d'Abruzzo, e per divertirsi a cantare stornelli e raccontare storielle e barzellette.